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Quante volte ci togliamo il cappotto per darlo ai nostri bambini?

Ho visto il video di un esperimento sociale sviluppato ad Oslo, in Norvegia, per una campagna di sensibilizzazione della società civile alle condizioni dei bambini vittime del conflitto in Siria.
In questo filmato si vede un bambino di 11 anni alla fermata dell’autobus in una freddissima giornata invernale, solo ma soprattutto non adeguatamente coperto per la temperatura ambientale.
Le reazioni dei passanti e di chi si ferma in attesa dell’autobus sono le più disparate, c’è chi gli chiede dove sia la madre, chi gli offre un paio di guanti, chi rimane indifferente e non scambia con il bambino neanche una parola, chi fa intervenire le autorità competenti e chi con naturalezza si sfila il giaccone per coprire il bambino e si siede accanto a lui.

Questa carrellata di umanità in relazione ad un bambino è a mio avviso una calzante metafora delle infinite modalità con le quali un adulto può ma soprattutto sceglie di entrare in relazione con un bambino. Nello specifico dell’ambito familiare si possono immaginare, per analogia con il filmato, tutte le varianti che compongono l’universo degli stili comunicativi impiegati, più o meno consapevolmente, da ogni genitore.
Lo spunto di riflessione dunque è questo: quando il bambino/nostro figlio ha freddo/manifesta un disagio, esprime rabbia, si chiude, noi come ci comportiamo? Gli offriamo un paio di guanti/timidamente sondiamo il suo stato d’animo rimanendo a una distanza tale da non entrare in contatto con lui? Chiamiamo le autorità competenti/coinvolgiamo un altro adulto e deleghiamo a lui la relazione con il bambino? Facciamo finta di non vedere il bambino/speriamo che gli passi e tutto torni come prima come non fosse successo niente ma sopratutto come se la questione non ci riguardasse? Oppure ci togliamo il cappotto per coprirlo/entriamo in contatto con lui, ci apriamo, lo ascoltiamo e, di base, interveniamo mettendo in gioco le risorse che abbiamo?